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Prefazione di Laura Boerci

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Il Senso del Viaggio

Fabio Clerici
è un poeta della
Cascina dei Poeti
Milano


La cascina dei poeti - Milano



PREFAZIONE DOTT. ARTUFFO

Le parole e la pietraUn tonfo secco, profondo e sordo. È il rumore della pietra che cade nell'acqua a scandagliare l'ignoto fondale della stratificazione marina. È il rumore delle parole di Fabio Clerici che, nette, solide e concrete come una roccia dalla storia lontana, aiutano con la loro schietta semplicità ad indagare la profondità della nostra stratificata interiorità. Parole come pietre dunque che raccontano una quotidianità pronta a rivelare il proprio nascosto segreto, in un'epifania della realtà che si rivela al tempo stesso condivisa e personalissima, da cui ognuno evince una diversa carica semantica ed emotiva. Parole come pietre che trapassano la nostra superficie, come quella di una liquida eternità, per arrivare al fondo, al centro del nostro celato paradigma esistenziale, mostrandosi all'esterno come riflessi d'onda.

Raccontare è sentire nella diversità del reale una cadenza significativa, una cifra irrisolta del mistero, la seduzione di una verità sempre sul punto di rivelarsi e sempre sfuggente. La monotonia è un pegno di sincerità. Ciascuno ha il suo gorgo, e basta che vi palpiti dentro l'estrema tensione di cui la sua coscienza è capace; raccontare vorrà dire lottare per tutta una vita contro la resistenza di quel mistero[1].

Queste parole furono scritte tra il 6 ed il 12 agosto del 1949 da Cesare Pavese e, con esse il poeta dimostra di considerare il "mestiere" dello scrittore come un monocorde insistere sulle stesse tematiche, un continuo ed ossessivo ritmare gli stessi significanti affinché essi possano svelare il loro mistero, il loro significato nascosto, la loro verità. In questo modo, e solo in questo modo, il poeta potrà conoscere il mito soggiacente alla propria arte, il mostro che domina il labirinto del proprio inconscio, il personale paradigma esistenziale: se stesso.
Raccontare significa dunque "lottare" contro "la resistenza" di "quel mistero" che caratterizza non solo l'esperienza umana del poeta, ma anche quella artistica. Raccontare è nuotare in una "massa indistinta" di acqua che oltre a sostenere la narrazione, ne "determina i movimenti", gli stili dando loro un senso ed un fine:.
Il poeta, il vero poeta, è paragonabile al nuotatore che sorretto da una massa indistinta d'acqua la mette alla prova, la usa e la sfrutta, con il suo ritmo cadenzato e monotonamente preciso, al fine di far sì che da quelle tenebrose profondità il mistero venga a galla e si manifesti sotto forma di tematiche ricorrenti, di simboli, di "cerchi di schiuma".
Se il poeta è il nuotatore, la massa d'acqua è, dunque, la Vita stessa, la Vita nel suo significato universale, la Vita che da remote e primordiali oscurità determina e condiziona l'esistenza, gli stili del singolo uomo - nuotatore. Nuotare è vivere, è avere un inconscio che condiziona e guida da lontano, è avere un mito, che come il fondale marino è unico e per tutti uguale, ma che differentemente modella i singoli stili di nuotata, le singole esistenze.
In questo senso, oltre a comprendere che ognuno possiede il proprio mito, notiamo anche il carattere passivo dell'esistenza umana: l'uomo non decide, non sceglie, non nuota, è nuotato. È la massa d'acqua a fare il movimento, a determinare lo stile, i gesti, i "cerchi di schiuma". All'uomo non resta che tentare di comprendere la propria natura, tentare, mediante l'analisi di quei "cerchi di schiuma", che sono le attitudini, i simboli, le tematiche monotonamente ricorrenti, tentare appunto di avere una piena coscienza di sé, di svelare il proprio mistero, il proprio mito occultato dalle nebbie del tempo, dalla profondità delle acque, dalla stratificazioni della propria coscienza.
Mitico, dunque è un evento che avviene fuori del tempo e dello spazio: un evento unico, paradigmatico, rivestito di una certa sacralità, fortemente caratterizzante la vita dell'individuo. Questi eventi accaduti "una volta per tutte" diventano "moduli supremi della realtà" e le vicende quotidiane prendono da essi significato perché ne sono fedele ripetizione. In questo senso ogni mito è simbolico, assume, in pratica, un diverso significato secondo la realtà in cui è immerso. Il mito è unico e sempre uguale, ogni individuo possiede il proprio dimenticato tra le nebbie del tempo e occultato da stratificazioni sempre più fitte di ricordi.
Il mito è dunque il fondale marino che invisibilmente sostiene e determina il movimento, lo stile del nuotatore - narratore. Il mito è qualcosa di originario, di primordiale, di sempre identico ma che assume significazioni particolari a seconda dell'esperienza esistenziale in cui è calato. Il mito è la norma, è il medesimo punto di partenza dell'umanità che, in base al cammino di ognuno, porterà a mete differenti e diversissime. Il mito è l'impulso a vivere, è il fuoco vitale, è l'energia universale che ha creato l'uomo.
Il mito ha accezione non solo universale, e in questo senso riguarda l'intero genere umano, ma anche particolare, e in quest'altro senso riguarda l'esperienza di vita del singolo individuo. Il mito è l'elemento vitale che regge l'intera umanità, ma è anche l'elemento che rivela la propria presenza attraverso l'esperienza, lo stile del singolo uomo.
Il mito non è il ricordo, ma ciò che guida il ricordo, il mito non è un sogno, ma ciò che guida i sogni. Il mito è l'esistenza e l'esistenza, ogni esistenza, è la tacita risposta ad un mito. Comprendere se stessi, il proprio mito, la propria valenza, oltre a gettare luce sulle oscure stanze della propria labirintica interiorità, permette all'uomo di sentirsi parte di un progetto universale di esistenza, di sentirsi elemento caratterizzante e determinante la Vita, di sentirsi immerso e fuso in un oceano di impulsi energetici ognuno diverso, ma proprio per questo fondamentali e necessari alla creazione della "massa indistinta d'acqua".
Il mito di Fabio Clerici indagato attraverso "l'amica penna" che "traduce del cuore i virtuosi palpiti" è una ricerca del vero significato del proprio vivere e scrivere passando attraverso i ricordi e la quotidianità, le cicatrici delle passioni andate e l'impazienza verso l'inaspettato e il nuovo: "storie di umane amicizie e quotidiani gesti" nascoste sotto la spessa coltre di una divisa, ma da poeta.

[1] C. Pavese, Raccontare è monotono, in: C. Pavese, La letteratura americana e altri saggi, Einaudi, Torino 1990, p. 308.